C’è una crudeltà sottile nello sport, che non riguarda chi perde sempre, ma chi vince “quasi” sempre. È la maledizione del primo degli umani in un campionato dominato dagli alieni. È questa la sensazione che, settimana dopo settimana, sembra avvolgere la figura statuaria di Alejandro Galán.
Quando a inizio stagione il “Galantico” decise di rompere il sodalizio storico con Juan Lebrón, la mossa sembrò un atto di liberazione. Galán cercava serenità, cercava un progetto in cui essere leader tecnico ed emotivo indiscusso. Ha trovato tutto questo, eppure ha perso qualcosa che sembrava appartenergli per diritto divino: il numero 1.
La trappola della perfezione
Il paradosso di Galán è nei numeri e, ancor più, nelle sensazioni visive. Chi guarda una partita di Ale oggi vede un giocatore completo, fisicamente debordante, capace di coprire porzioni di campo irreali e di chiudere punti con una violenza controllata che non ha eguali. L’unione con Fede Chingotto ha creato una macchina che rasenta la perfezione: difesa, costruzione, attacco.
Eppure, non basta.
Non basta perché dall’altra parte della rete c’è una “tempesta perfetta” chiamata Coello-Tapia. Arturo e Agustín non sono solo forti; sono un’anomalia statistica, una fusione di potenza e magia che ha alzato l’asticella a un’altezza dove l’aria è irrespirabile per chiunque altro.
L’eterno secondo con la mentalità da numero uno
Qui sta il dramma sportivo di Galán. L’etichetta di “eterno secondo” solitamente si appiccica addosso a chi manca di “killer instinct”, a chi trema sul più bello, a chi si accontenta. Ma Galán non è nulla di tutto questo.
Ale scende in campo con gli occhi della tigre, lotta su ogni palla, trascina il compagno, vince tornei (perché i Chingalan vincono, eccome se vincono). Ma nella maratona della classifica, nel computo finale dei punti, si ritrova costantemente a guardare la targa dei rivali.
È frustrante? Probabilmente sì. È ingiusto? Lo sport non conosce giustizia, solo risultati. Galán si ritrova nella scomoda posizione di chi prende 10 in pagella, solo per scoprire che il compagno di banco ha preso 10 e lode.
La sfida più grande: non smettere di crederci
Il rischio, ora, è mentale. Continuare a giocare a un livello stratosferico e vedere il divario in classifica rimanere invariato (o aumentare leggermente) può logorare anche la roccia più dura. Coello e Tapia sembrano aver creato un ecosistema in cui Galán è il “Villain” perfetto, l’antagonista necessario per rendere epiche le loro vittorie.
Ma se c’è qualcuno che può ribaltare questa narrazione, è proprio il madrileno. La sua resilienza nel 2025 è stata ammirevole. Non ha mai abbassato la testa, ha sempre stretto la mano ai vincitori con lo sguardo di chi dice: “Ci rivediamo domenica prossima”.
Ale Galán non è un “eterno secondo” per mancanza di talento, ma per eccesso di concorrenza. E forse, proprio questa rincorsa impossibile è ciò che lo sta rendendo un giocatore ancora migliore di quello che dominava il mondo con Lebrón.
Il trono è occupato, ma il Re spodestato non ha ancora deposto le armi. La storia del padel moderno passa inevitabilmente da qui: dalla voglia di Galán di dimostrare che anche gli alieni possono sanguinare.